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Matera Capitale della Cultura 2019: Mammamiaaa!

Mammamiaaa! Cene social, con i piatti della tradizione.  Si presenta con questi claim il progetto vincitore promosso dall’architetto Andrea Paoletti e nato dal fortunato connubio fra Case Netural e la Fondazione Matera Basilicata.

Che cos’è Mammamiaaa? Facile da definire. Mammamiaaa è frizzante, divertente, inclusiva, golosa, innovativa e tradizionale allo stesso tempo. E’ un sistema di cene social distribuite in giro per tutta l’Italia e accomunate da un unico e fondamentale ingrediente: una ricetta di famiglia.

Obiettivo? Costruire una comunità di #innamoratidelciboitaliano…slurp!  Chiunque può partecipare purchè possieda una ricetta tramandata e abbia voglia di farla assaporare a parenti e  amici.

La scelta è libera fra pranzo, merenda o cena. Il pasto viene preparato e servito rigorosamente in casa dell’aspirante chef. E poi? Poi si entra a far parte dell’archivio digitale di Mammamiaaa inviando il filmato dell’assaggio e documentando la propria partecipazione.

Mammamiaaa. Andrea Paoletti founder e un gruppo di aspiranti chef

Con la cultura si mangia?

Mammamiaaa arriva  a Matera nei primi mesi del 2018, precisamente a Case Netural (una casa nel cuore di Matera in cui persone da tutto il mondo possono convivere, lavorare, incontrarsi,creare e innovare)  con un’installazione curata da John Thackara intititolata  “Atlas of Social Food” , un progetto in tre portate: un atlante di progetti sociali legati al cibo, un forum di social food curator europei per condividere buone pratiche e la pubblicazione di un Social Food Green Paper. http://www.fao.org/family-farming/detail/en/c/879668/

cene tradizionali in casa: il piacere delle relazioni autentiche

A settembre 2018, Mammamiaaa organizza la sua prima  grande cena di piatti di famiglia pensata per  creare un ponte tra generazioni attraverso la tradizione culinaria,  per raccontare le storie di queste terre e infine  per celebrare i meravigliosi modi in cui le comunità producono, consumano e si occupano del cibo nella loro vita quotidiana.

Habemus sponsor

Andrea Paoletti è un uomo dalle mille risorse.  Mammamiaa ha infatti trovato un partner che accompagnerà il progetto nel suo viaggio in lungo e in largo attraverso  la penisola . Si tratta della famosa marca di alimenti biologici Alce Nero. Il messaggio è chiaro. Mammamiaaa! con le sue cene porta con sé valori e tradizioni da tramandare, così come il cibo, se la materia prima è coltivata con metodo biologico e amore, porta il sapore originale della terra.

Per premiare la voglia di riunirsi attorno alla stessa tavola, raccontarsi e stare insieme, Alce Nero dona un buono sconto del 15% sulla spesa on line a tutti gli organizzatori di cene. Un motivo in più per ospitare a casa propria tanti amici e far diventare le ricette di famiglia un bene comune.

 

Redazione  www.innamoratidellacultura.it

Il governo italiano, unico e primo in tutto il mondo, ha deciso di legiferare sulla sharing economy. Teniamoci forte ragazzi.

La strada da percorrere si spera sia ancora lunga. Come parte in causa, auspico che il governo italiano, specializzato in bisticci grotteschi su qualsiasi argomento, si prenda il giusto tempo per

a) mettere a fuoco che cosa è esattamente il fenomeno definito come “sharing economy”

b) realizzi che mettere un freno ad un comparto che sta dando, e ha già dato, lavoro a migliaia di persone che attualmente si trovano senza lavoro proprio grazie all’insipienza del governo stesso, non attrae il consenso popolare. Anzi.
In qualità di gestore di una piattaforma di crowdfunding, ho festeggiato insieme a molti colleghi la recente notizia dello “sblocco” del crowdfunding di tipo equity da parte della Consob. Alleluia. L’ente, quando ancora nessuno in Italia sapeva nemmeno cosa fosse l’equity crowdfunding, ha prudentemente e italianamente deciso di “ingessarlo” con norme e regole favorevoli solo al mondo bancario con il risultato che, se nell’intero pianeta il crowdfunding di tipo “equity” è esploso, da noi no. Complimenti al genio. Spero  che non succeda lo stesso con questa idea di regolamentare la sharing economy ma i presupposti non fanno pensare bene. Mi sembra di capire che il punto nodale per il governo italiano, desideroso di tassare chiunque e qualsiasi cosa, sia quello stabilire la differenza fra sistemi che si fondano sull’idea di condivisione di beni e servizi rispetto a forme di business vere e proprie,

gnammo

 

Il “Sharing Economy Act” è una proposta di legge presentata nei giorni scorsi da un gruppo di parlamentari appartenenti all’Intergruppo “Innovazione” . Lo scopo è quello di «disciplinare le piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi» e di «promuovere l’economia della condivisione». Sulla carta sembra tutto chiaro. Nutro però il terribile sospetto che questo gruppo di volenterosi paladini governativi non abbia la minima nozione del’argomento. Disquisire di “sharing economy”, cioè di “economia collaborativa” tanto per usare l’italiano e farsi capire da tutti, non è cosa affatto semplice né risolvibile in quattro e quattro otto.
Il principio che governa la “sharing economy “ è la condivisione di beni e di servizi con alla base una logica di scambio e condivisione fra le persone. Tutti noi conosciamo e amiamo BlaBlaCar che ci consente di condividere i nostri viaggi con altre persone che, oltre ad aiutarci a sostenere i costi della trasferta ci offrono la possibilità di viaggiare in compagnia e di ridurre il quantitativo di veicoli in circolazione. La piattaforma Zoopa ci permette di generare video, campagne virali, loghi grazie a un sistema di “crowdsourcing” grazie cioè ad una rete di professionisti che mettono la loro professionalità a disposizione ad un prezzo più basso e con un’offerta creativa decisamente più alta. Ci sono poi i progetti open source come, per esempio, WordPress dove moltitudini di sviluppatori mettono le loro conoscenze al servizio della comunità. Ma un piattaforma open source è ben diversa da un’esperienza di car, food o house sharing . L’indagine IPSOSdel 2014, difatti, ha evidenziato come l’adesione all’economia collaborativa non ruoti esclusivamente attorno a motivazioni individuali – come i possibili benefici economici, ma anche al desiderio di contribuire ai bisogni della propria collettività di appartenenza, una forma di adesione a un sistema valoriale condiviso.
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In questo senso moltissimo è stato fatto in diversi ambiti: i FabLab sono laboratori aperti alla produzione collaborativa attrezzati con macchinari e strumenti come stampanti 3D dove chiunque può andare ad auto fabbricare qualunque cosa . Nei cowoorking viene condiviso lo spazio di lavoro e le persone possono aggregare competenze diverse senza essere collegate da vicoli contrattuali.
Ma la collaborazione attiene anche all’ambito del consumo, grazie allo sviluppo di piattaforme e realtà innovative che hanno applicato i principi peer-to-peer a sistemi tradizionali come il baratto, la donazione o lo scambio. Pensate alle piattaforme di crowdfunding, di social eating, di co-housing.
Il punto comune per qualsiasi settore collaborativo -e che sta alla base di tutti questi sistemi – si fonda su di un principio ben preciso che è quello del trasferimento di qualcosa. Questo trasferimento può essere inteso come una forma di scambio o condivisione: ho un’idea, un abito, una casa, un’auto, una barca, un talento e lo metto in comune o lo scambio un’altra persona oppure lo cambio con un altro bene e servizio.
Ci sono poi delle forme di sharing economy dove la collaborazione è un modo per definire nuove forme di mercato che tendono a riprodurre relazioni non necessariamente dissimili da quelle dei mercati tradizionali. Mi riferisco ad aziende che, a fronte di un costo di transazione, mettono in contatto la persona che ha una risorsa (una casa, per esempio ) con un’altra persona che non ce l’ha. Questo tipo di condivisione genera dei profitti (Uber, tanto per intendersi) e si basa sul principio di utilizzo in condivisione di qualcosa che già si possiede, senza quindi una produzione di beni o di servizi. In questo caso la collaborazione si basa sull’accesso alla proprietà e non ha niente a che vedere con lo scambio. Siti come HomeExchange mettono in comune un bene senza che ci sia la possibilità da parte di qualcuno di trarre guadagno da questo scambio.

sharing economy

Il punto che confonde i parlamentari del gruppo “Innovazione “, nei confronti di aziende come, per esempio,  “Gnammo” è: organizzare un pasto in casa propria con altri utenti chiedendo in cambio un rimborso sui costi sostenuti è un modo per socializzare oppure è un modo pratico per farsi un vero e proprio ristorante in casa guadagnando? E chi guadagna è un libero professionista o è un dipendente? Bei quesiti davvero.
Per  realtà come AirBnb e Uber si può parlare di economia dello scambio mascherata però da sharing economy.
Queste aziende americane non solo fanno enormi fatturati, ma stanno creando una nuova economia di lavoratori “a rimborso spese” che non sono regolamentati né tassati e lavorano senza alcuna copertura assicurativa e, spauracchio italiano, senza tutela da parte dei sindacati. Ed è qui che il gruppo di parlamentari del gruppo “innovazione” ha deciso di andare a legiferare.
Personalmente penso che la sharing economy non vada fermata ma, al contrario implementata con una chiara suddivisione fra la rental economy mascherata da “economia collaborativa” e la autentica “sharing economy”. La proposta di legge del 2 marzo scorso prevede che un utente che arrotonda i suoi introiti affittando stanze, organizzando cene oppure offrendo passaggi con la sua automobile debba pagare una imposta del 10% se i suoi guadagni non superano la cifra dei 10 mila euro all’anno. Superata tale cifra, gli introiti verranno considerati redditi veri e propri e andranno sommati agli altri redditi percepiti. Questo significa che aziende come AirBnb dovranno devono aprire una sede in Italia e comunicare i dati all’Agenzia delle Entrate sulle transazioni economiche tra i propri utenti e che queste transazioni , d’ora in poi, potranno avvenire solamente per vie elettroniche. Ecco qua servito il solito vespaio all’italiana. La proposta avanzata dai nostri prodi parlamentari non spiega perché si debba applicare la medesima aliquota per un passaggio offerto con BlaBlaCar oppure per l’ affitto di una stanza su AirBnb. Anche se i costi di gestione dei beni possano essere molto simili – l’usura della macchina in un caso, le spese vive nel caso dell’affitto di una stanza (tasse, pulizia, manutenzione) –si tratta di due realtà con finalità profondamente diverse. BlaBlaCar è un sistema di trasferimento della proprietà su un bene limitato – io ti offro un passaggio, tu mi rimborsi le spese. AirBnb, invece, è un sistema di accesso alla proprietà che funziona come un vero e proprio contratto di affitto. E’ evidente che gli utenti di BlaBlarCar avrebbero poca convenienza ad usare la piattaforma e quindi il guadagno aggiuntivo e relativo mercato verrebbe affossato.Sto già battendo le mani. La legge infatti propone di istituire un modello fiscale centralizzato per le multinazionali . Questo rischia di apparire deleterio nel caso di servizi online decentralizzati che nascono dal basso e si fondano sui principi dell’economia collaborativa. E proprio il caso di dire, mamma mia!

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La legge inoltre, pur preoccupandosi di tassare i lavoratori freelance che superano certe soglie di reddito ponendo come discrimine i redditi superiori ai 10 mila euro, non indica nulla relativamente ai temi previdenziali o dei diritti di questi lavoratori. Intanto , come si legge sul Manifesto, i quarantasette pilastri dell’economia collaborativa e della condivisione, Uber e Airbnb in testa, hanno scritto una lettera al presidente dell’Unione Europea per sottolinere la loro contrarietà a qualsiasi legge che limiti l’economia collaborativa. Staremo a vedere ma, se l’obiettivo è solo quello di tassare e tartassare, suggerisco ai nostri parlamentari del gruppo “Innovazione” un giretto nel floridissimo mercato dei portali di gioco d’azzardo e pornografia. Tutti rigorosamente con sede all’estero. Tutti esentasse. Due pesi e due misure? Un esempio di perfetto italian style. Quello che tutto il mondo ci invidia?

Emanuela Negro-Ferrero –ceo – www.innamoratidellacultura.it

In Italia il crowdfunding fa boom. Di piattaforme.

In Italia le piattaforme di crowdfunding sono moltissime per un mercato ancora immaturo
In Italia le piattaforme di crowdfunding sono moltissime per un mercato ancora immaturo

Leggiamo con interesse che anche il Comune di Milano ha deciso di dotarsi di una piattaforma dedicata al civic crowdfunding . Notizia pessima. In Italia infatti, il crowdfunding ha fatto boom. Di piattaforme.  A settembre  2014, dal report pubblicato da Ivana Pais, in Italia si contano 54 piattaforme di crowdfunding. Le piattaforme attive al 10 maggio 2014 sono 41, mentre quelle in fase di lancio sono 13.  sino ad oggi poi  o le piattaforme venivano suddivise in modelli tradizionalmente riconosciuti per il settore e cioè   Reward-based, Donation-based, Lending-based e Equity-based. Non è così. Le piattaforme italiane mostrano una maggiore complessità perchè  il numero delle piattaforme ibride continua a crescere e alcuni modelli non sono facilmente riconducibili a quelli standard. Il modello più frequente i risulta essere Reward-Donation. Delle 41 piattaforme attive, 19 appartengono al modello reward-based, 7 al donation-based, 2 al lending-based e 2 all’equity-based, iscritte regolarmente nell’apposito registro Consob2 . Ci sono poi 11 piattaforme ibride. Per quanto riguarda le piattaforme in via di lancio, sono state individuate 9 equity-based, 1 reward e 3 ibride, segnalate in corsivo nella lista seguente, comprensiva delle piattaforme attive e quelle in via di lancio: o Reward (20):  Bookabook, Com-Unity, Eppela, Fidalo, Finanziami il tuo futuro, ForItaly, Gigfarm, Giffoni Idea, Innamorati della Cultura, Kendoo, Micro Crédit Artistique, Musicraiser, Rezz, RisorgiMenti.lab, School Raising, Vizibol, WeRealize, wowcracy. o Donation (7): Commoon, IoDono, Leevia, Letsdonation, PensiamociNoi, Retedeldono, Shinynote o Social lending (2): Prestiamoci, Smartika o Equity (11): AssitecaCrowd*, CrowdfundMe, Fundera, MUUM LAB, Opsidea, Smarthub*, StarsUp*, Startify, Startzai, Unicaseed*, WeAreStarting *   il modello equity sta guadagnando sempre più popolarità. Al momento il 23% delle piattaforme italiane di crowdfunding attive o in via di lancio sono di tipo equity . Negli ultimi mesi, si segnala la crescita delle piattaforme verticali: ● Settoriali: 9 piattaforme per il non profit, 2 per la cultura, 2 per l’arte, 2 per l’energia, una per la scuola, una per la fotografia e una per design e hightech. ● Territoriali, anche se la crescita è più limitata di quanto previsto sei mesi fa: oltre a Ginger (Emilia Romagna), Kendoo (Bergamo) e Finanziami il tuo futuro (che dalla Valle d’Itra, in Puglia, sta ora promuovendo il crowdfunding locale in altri territori), è nata Rezz, che opera in Puglia.  L’elenco è già molto lungo. perchè se è vero che ci sono molte piattaforme è anche vero che la raccolta media in Italia si attesta su cifre intorno ai 5000 euro. E’ vero  anche che le persone non sanno di che cosa si tratta e che il nostro paese, straziato da un digital divide che rende le cose veramente difficili per chi opera con il digitale,  deve ancora fare un bel pezzo di strada accompagnato da due parole fondamentali : informazione e formazione. Aggiungo la terza: competenza. Molti, troppi parlano di crowdfunding senza avere la benchè minima idea di che cosa si tratta, di quali meccanismi muove e , banalmente, come funziona.

Emanuela Negro-Ferrero – Ceo – www.innamoratidellacultura.it

Metti una sera a Milano. Al meeting delle piattaforme collaborative.

Dalla casa all’orto, dalla macchina ai vestiti, dalle competenze al tempo, oggi in rete si condivide e si scambia di tutto. Sempre più persone, infatti, si incontrano attraverso servizi collaborativi digitali
Dalla casa all’orto, dalla macchina ai vestiti, dalle competenze al tempo, oggi in rete si condivide e si scambia di tutto. Sempre più persone, infatti, si incontrano attraverso servizi collaborativi digitali

Dalla casa all’orto, dalla macchina ai vestiti, dalle competenze al tempo, oggi in rete si condivide e si scambia di tutto. Sempre più persone, infatti, si incontrano attraverso servizi collaborativi digitali come Airbnb, Etsy, TaskRabbit, Prestiamoci, TheHub, che mettono direttamente in contatto le persone ed eliminano l’intermediazione delle strutture commerciali, finanziarie, istituzionali tradizionali, proponendo nuovi modelli di consumo. C’è chi fa rientrare questi servizi all’interno di un movimento chiamato consumo collaborativo, e chi dentro a un concetto più ampio che è quello dell’economia della condivisione ma comunque li si voglia chiamare sono servizi che, pur nella loro diversità, hanno dei valori e delle modalità operative comuni e che prediligono l’accesso al bene invece della proprietà, la fiducia invece della diffidenza, la filiera corta come alternativa a quella lunga e così via. Figli della crisi economica e delle tecnologie digitali, questi servizi oggi sono in forte crescita e aprono opportunità per gli individui e per la società intera….

Il libro pubblicato da Hoepli di Marta Maineri, co- fondatrice di Collaboriamo, racconta con parole semplici quello che sta avvenendo in ogni paese civilizzato del mondo. In Italia molto si sta facendo e molto si muove. Innamoratidellacultura fa parte a pieno titolo del movimento definito  sharing economy .

Ci siamo  ritagliati una serata a Milano per partecipare all-aperitivo dedicato alle piattaforme collaborative. Un’-occasione unica per conoscere chi, come noi, ha deciso di mettersi al servizio della società proponendo nuovi strumenti  e servizi. Tutti in condivisione. Il principio e’ semplice, basato su principi di scambio e condivisione. I progetti e le idee presentate alla serata erano tutte diverse.

Un paio di piattaforme di crowdfunding, oltre alla nostra, ma di tipo equity come, per esempio, Fidalo hanno subito attratto la nostra attenzione. E’ stata una serata  molto   interessante. Collaboriamo ha lanciato diversi servizi utili per le piattaforme collaborative. Ecco un elenco: fantastica assistenza legale, mentoring e tutoring per accesso ai bandi e ai finanziamenti. Insomma, aria nuova. Il tutto ospitato in uno spazio very cool., il co- working Avanzi di Via Ampere, zona Politecnico.  Atmosfera milanese, frizzante. Siamo tornata a Torino con una sensazione di grande leggerezza. Il futuro è adesso. Noi siamo il futuro.

Redazione – www.inamoratidellacultura.it

 

 

Una serata dedicata alla RESPONSaBILITY. A seguire, spettacolo.

 L’idea di Andrea Roccioletti, un dibattito aperto sul tema della resposnabilità  ha preso vita grazie alla perfetta organizzazione e creatività di Cristina Pistoletto ieri sera alle Officine Kaos, storica sede di Stalker Teatro

L’idea di Andrea Roccioletti, un dibattito aperto sul tema della resposnabilità ha preso vita grazie alla perfetta organizzazione e creatività di Cristina Pistoletto ieri sera alle Officine Kaos, storica sede di Stalker Teatro

L’idea di Andrea Roccioletti, un dibattito aperto sul tema della responsbilità  ha preso vita grazie alla perfetta organizzazione e creatività di Cristina Pistoletto ieri sera alle Officine Kaos, storica sede di Stalker Teatro. Otto relatori: Michelangelo Pistoletto, Antonella Parigi, Cesare Verona, Luca Bonfante, Paolo Turati, Emanuela Negro -Ferrero per Innamoratidellacultura e Marco Regoli. Ognuno ha portato testimonianza del suo specifico settore. Economico per Turati, impresa per Verona, artistico per il Maestro Pistoletto, politico per Parigi, scientifico per Bonfanti. A  noi e  a Marco Regoli è toccata la parte relativa alla sharing economy.

Perché parlare di sharing economy in un  convegno dedicato alla responsabilità? Subito un po’ di dati. Oggi infatti, si è tenuto a Roma, a Montecitorio,  il  primo convegno dedicato interamente alla sharing economy. Ormai sono 138 le piattaforme collaborative che operano in Italia, divise in 11 diversi ambiti tra i quali i più interessanti sono il crowdfunding (con il 30% delle piattaforme), i beni di consumo (20%) i trasporti (12%), il turismo (10%), il mondo del lavoro (9%). E’ quanto emerge da una ricerca curata da Collaboriamo.org in partnership con PHD Media.Ma perché  questa grande diffusione della sharing economy?

La sharing economy fornisce delle risposte a delle precise necessità determinando nuovi modelli.
La sharing economy fornisce delle risposte a delle precise necessità determinando nuovi modelli.

E come avviene il meccanismo della sharing economy? Dal basso. La spinta parte dal basso e, nel caso di grandi multinazionali ex startup che stanno crescendo a dismisura, la spinta parte dal basso e si allarga in orizzonatale . In Italia, una recente ricerca di Collaboriamo.org determina un 10% di utenti attivi.  Pochi per formare una massa critica ma i dati dimostrano di essere in costante crescita. E’proprio questa disposizione alla condivisione e allo scambio che ho portato alla realizzazione del  convegno. La sharing economy fornisce delle risposte a delle precise necessità determinando nuovi modelli. Marco Regoli, rappresentante del “food sharing “ ha illustrato molto bene come, attraverso la condivisione del cibo – avanzato, gettato via, inutilizzato – sia possibile vivere ad impatto zero e senza sprechi. Si pensi al turismo. Oggi grazie ai servizi di sharing economy è possibile visitare un luogo dormendo e mangiando a casa di cittadini del posto e da loro poi essere guidati in tour alternativi per la città. Questo permette al visitatore di accedere ad un’offerta pressoché smisurata, all’interno della quale è possibile scegliere il proprio percorso costruito su misura.Lo stesso modello del food sharing, del crowdfunding, del co- working, del car- sharing può, inoltre, essere adottato anche dalle aziende. Il coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi aziendali (per esempio, nella definizione di prodotti e servizi, nella logistica, nell’efficientamento dei servizi stessi), permette di monitorarne i bisogni, ridurre i costi e i rischi, creare nuovi servizi e disporre di un numero infinito di collaboratori.Il convegno è stato ricchissimo di contenuti e nutriente per lo  spirito. Venti spettatori hanno deciso, terminata la conferenza,  di proseguire il percorso frequentando un laboratorio della durata di una settimana. Alla fine della quale metteranno in scena uno spettacolo. Perchè l’arte è vera. Il Terzo Paradiso lo costruiamo noi, ogni giorno, ogni stante. cone le nostre idee, emozioni e pensieri. Con piena responsabilità di esseri umani.

Redazione – www.innamoratidellacultura.it

UBER. Il trionfo della sharing economy: funziona!

Scegliere l'auto per passsaggi in città pagando con il proprio smartphone: è Uber!
Scegliere l’auto per passsaggi in città pagando con il proprio smartphone: è Uber!

Prima ancora che fosse possibile utilizzare Uber  avevo già scaricato l’app e attendevamo  con pazienza che le rivolte dei taxisti si placassero. E finalmente Uber è diventato disponibile. Non senza danni perché a Genova, il primo autista Uber è stato prontamente punito con il sequestro del veicolo. Perché se da un lato tutti invochiamo il cambiamento, da un altro versante quando il cambiamento ci tocca in prima persona allora non siamo più d’accordo. Mi riferisco ai taxisti che  hanno pagato la loro licenza prezzi assurdi e oggi si trovano improvvisamente a dover lottare con una concorrenza difficile da surclassare. Innanzi tutto perché Uber costa meno. Poi è friendly.  Vedi in faccia il tuo autista. Paghi con la carta di credito. Subito. Velocemente. Senza perdere tempo o avere problemi con il resto.

Ma che cos’è Uber? Uber nasce a San Francisco e  offre un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso un’applicazione software mobile che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. Uber oggi è presente in decine di città del mondo.Anche a Milano e, anche a Torino! Dalla app è possibile prenotare l’auto ma  anche inviando un messaggio. Il costo di Uber è più basso rispetto a quello dei taxi tradizionali e  viene  calcolato in base alla distanza percorsa (se la velocità è maggiore a 17 km/h), o in base al tempo trascorso (se la velocità è minore della soglia appena citata). La cosa che  piace è il pagamento diretto all’azienda e non al taxista. Niente resti da dare che non ci sono mai gli spiccioli, niente ricevute a mano, massima puntualità. Leggevamo  ieri su La Stampa che i taxisti dicono che le auto sono usate e vecchie. E allora? E’ bella l’idea di entrare nella macchina di un altro. Ci piace pensare che la sharing economy di cui tutti parliamo sia finalmente arrivata. A Helsinky entro il 2020 non ci saranno più auto. Hanno risolto il problema alla radice. Auto condivise, poche, bici molte e minibus a chiamata libera e percorso regolato da un sistema informatizzato. Tu scrivi sul sito dove vuoi andare  e quando  ci vuoi andare e il sistema ti indica dove il bus ti passa a prendere e ti porta. In Italia ce la faremo ad abbattere il mito dell’auto personale in favore di una maggiore qualità dell’aria, silenzio e risparmio? Dai.

Redazione – www.innamoratidellacultura.it