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Il mecenatismo è vivo e sta bene: Prada regala il nuovo sipario al Teatro Regio di Torino.

 

Prada regala il nuovo Sipario al Teatro Regio di Torino

Prada regala il nuovo Sipario al Teatro Regio di Torino

Per celebrare l’inaugurazione del suo nuovo punto vendita a Torino in Piazza San Carlo, Prada  rende omaggio alla città donando, in collaborazione con il FAI Fondo Ambiente Italiano — un nuovo sipario al Teatro Regio.

Questa iniziativa si inserisce nell’ambito di un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale italiano intrapreso da Prada e dal FAI che, dal 2010 a oggi, hanno
contribuito al restauro e alla conservazione di numerosi beni artistici in diverse città d’Italia quali Bologna, Padova, Bari e Firenze.

Il nuovo sipario, che rispetterà le scelte cromatiche dell’architetto Carlo Mollino,sarà largo 48 metri e alto 10 metri, per un peso complessivo di 1450 kg, con un’apertura totale di 16 metri. Due meccanismi permetteranno le più tipiche alzate di sipario della tradizione teatrale: all’italiana, alla tedesca e il più complicato movimento alla francese, che combina i due precedenti.

La nuova apertura è stata festeggiata con un grande opening a cui hanno partecipato tutti i vip cittadini. Me too! Una folla oceanica, elegante, eterogenea e curiosa ha invaso gli spazi rinnovati dell’ex negozio “San Carlo”. Musica d’archi e buffet raffinato. Purtroppo per pochi, i primi. Il negozio, strategicamente collocato a 200 metri dall’ingresso del Museo Egizio, certamente diventerà meta dei  turisti che, si spera si riverseranno numerosi in città a partire da maggio grazie all’Expò. Il Museo Egizio sarà del tutto rinnovato e ampliato. La bella notizia è la donazione del sipario. La seconda bella notizia è sapere che la moda italiana è grande e non conosce crisi ma, anzi, continua a crescere e prosperare.

redazione – www.innamoratidellacultura.it

Crowdfunding – Lesson n°4. Come convertire i visitatori in donatori?

Argh! This is the question

Ho preparato una strepitosa campagna social. La mia pagina Facebook viene aggiornata frequentemente sui  miei progressi. Il mio Twittercinguetta a più non posso e dalla mia casella mail sono partiti decine di messaggi per amici, parenti, conoscenti e notabili del luogo. I risultati però non seguono le mie aspettative.

Cosa – e come – posso fare per trasformare i visitatori in entusiastici sostenitori?

Questa domanda aleggia in agenzia e, ne sono certa, turba il sonno dei Creatori.  Noi dello staff, pur  potendo contare su esperienza pluridecennale di fundraising e comunicazione , ci chiediamo continuamente : “quando le persone  vanno a vedere i progetti su Innamorati della Cultura, qual è il fattore che li spinge a scegliere un progetto piuttosto che un altro?”.  Mentre ci pensiamo, prepariamo strumenti di raccolta e fidelizzazione che, ne siamo certi, porteranno grandi frutti sia a noi che ai nostri Creatori.  Nel frattempo, mi limito a suggerire strategie utili per chi, oggi, deve affrontare la sua personale campagna di crowdfunding e risolvere lo stesso quesito. “Come possiamo convertire i visitatori in donatori?” La risposta più onesta che mi viene da dare è: “ci stiamo pensando”.

colore

Si dice che il libro non si può giudicare dalla copertina. Questo è vero, ma è altrettanto vero che le persone vengono attirate dalla confezione di un prodotto e, solo in un secondo tempo, da quello che c’è dentro. Mi sono così divertita ad andare a verificare l’incidenza che ha il colore nel determinare le scelte d’acquisto. Perché, mi ricordo bene, il mio capo sosteneva  che circa il 60-80% delle scelte d’acquisto viene determinato dal colore che ha l’annuncio. Una campagna di successo ha certamente molto a che fare con il colore – o i toni – utilizzati, che devono adeguarsi al contenuto. Credo che  la maggior parte delle campagne di comunicazione di successo e dei relativi prodotti partano da una forte identificazione con il colore. Solo il colore, intendo. Non le parole. Allora, mi chiedo: perché non utilizzare il colore come elemento di differenziazione del progetto pubblicato? Il colore è emozione e attira l’occhio. Il colore, a seconda dell’argomento trattato, può fungere da espansore oppure distogliere. Mettere il proprio progetto sulla piattaforma per avviare una campagna di crowdfunding ha molto a che fare con l’entusiasmo e il desiderio di riuscire. Perché allora non usare anche il colore per trasmettere questa voglia? E per attirare sulla mia vetrina personale un visitatore e, fatto non indifferente, invogliarlo a donare? Sembra banale, ma guardando le visite sul sito, il fattore colore determina davvero un aumento del numero di visite.

Note:

– McArdle, Simon, “Psychology of Color in Logo Design”, The Logo Company.

– “How do colors affect purchases?”, KISSmetrics.

– Miller, Jason, “True Colors: What Your Brand Colors Say about Your Business [Infographic]”, Marketo.

Crowdfunding culturale

Il termine crowdfunding  gode ormai di una certa notorietà e viene generalmente usato in riferimento a “campagne di raccolta fondi realizzate attraverso il web”.

Da circa due anni, anche in Italia il crowdfunding sta attraversando una crescita esponenziale. L’impiego di questa pratica non è più circoscritta a poche categorie di “utenti apripista”, ma si sta allargando ad un’utenza sempre più vasta e diversificata e in settori inconsueti come la conservazione dei beni culturali che, in Italia più che in altri paesi del mondo, soffrono a causa dei tagli da parte del pubblico.

Innamorati della Cultura è la prima piattaforma privata attiva, verticalizzata sulla raccolta di fondi per la Cultura Italiana.  Nata da poco, ha alle sue spalle un team di esperti di comunicazione e di marketing culturale e fundraising. Questa premessa è doverosa, perché  in Italia, le notizie e le informazioni che arrivano sono distorte.

Realizzare una campagna di crowdfunding non è semplice e non è affatto banale. Se il fundraising è una tecnica di marketing, il crowdfunding, similmente, per essere realizzato ed avere successo, necessita di una strategia.

“Innamorati della Cultura” è una Startup inserita nel percorso di incubazione di Treatabit, il settore dell’incubatore i3P del Politecnico di Torino, dedicato alle imprese digitali.  Si tratta, al momento, di una piattaforma di raccolta “reward based”. Questo significa che chi effettua una donazione scegliendo fra le fasce di donazione proposte per ogni progetto, riceve in cambio una ricompensa.

La ricompensa è un aspetto cruciale del crowdfunding ma non è, come molti pensano, l’elemento chiave che induce le persone a donare.

I meccanismi sono altri ed è qui che entra l’esperienza del team di “Innamorati della Cultura”. I progetti accolti e pubblicati ricevono specifica assistenza e i creatori di  progetti vengono coadiuvati perché arrivino a produrre la loro personale campagna di crowdfunding con, si spera, la massima efficacia.

La piattaforma, infatti, è una vetrina su cui i progetti vengono pubblicati e utilizza diversi canali per espandere la comunicazione:  campagne social, campagne stampa, pubblicazione di una Newsletter, campagne di invio e mail mirate, organizzazione di eventi.  È anche lo strumento digitale creato ad hoc per raccogliere il denaro in maniera trasparente. Molte persone, infatti, preferiscono versare ad una piattaforma piuttosto che ad un singolo individuo, semplicemente perché si fidano di più. Il  passaggio del denaro è semplice: il donatore dona con carta di credito o Pay Pal. Come per le prenotazioni turistiche, il denaro viene “congelato” e, a fine raccolta, passato sul conto del progettista già al netto della percentuale, che la piattaforma chiede per il lavoro svolto, e delle commissioni di transazione.

Questo lavoro , apparentemente banale, solleva il creatore del progetto da molti passaggi, lasciandolo libero di concentrarsi sulla sua raccolta di fondi.  Ma, domanda di molti, come avviene questa raccolta?

Le basi sono essenzialmente due:  1) tempo  2) relazioni 3) presentazione. Nel caso del tempo, per effettuare la raccolta, il creatore di progetto deve avere del tempo da dedicare a questa attività. Per le relazioni, il successo della raccolta è certamente determinata da quante relazioni personali e professionali riesce a mettere in piedi il creatore del progetto. Questo non significa che se ho 10.000 contatti Facebook riesco a raccogliere.  Piuttosto, che sulla quantità è necessario valutare sin da subito la qualità delle relazioni. I primi a donare sono sempre parenti e amici, colleghi, conoscenti, persone che si conoscono personalmente.  La percentuale di solito oscilla fra il 70 e l’80%. Parlando invece di presentazione, decisamente cruciale è il come viene presentato il progetto. Tutto parte da un corretto “storytelling”. “Innamorati della Cultura”, a differenza di altre piattaforme, aiuta i creatori a scrivere e descrivere il proprio progetto, perché sa che raccontare sé stessi e il proprio progetto è difficile. Spesso il creatore si innamora ed enfatizza  aspetti della sua creazione che, magari, non sono facilmente comprensibili o recepiti dalle persone esterne. In questo senso, un buon storytelling ha molto più peso delle ricompense. La ricompensa, infatti, deve avere come unica funzione quella di testimoniare l’impegno assunto dal donatore nei confronti del progetto, ma niente di più.

È nata! Innamorati della Cultura è online. Scopri come funziona e dimmi cosa ne pensi.

Ci stiamo lavorando da mesi, alacremente. Siamo alle ultime battute perché da oggi siamo online. Non mi sembra vero. In questi mesi di riunioni, discussioni appassionanti e appuntamenti serrati, abbiamo dato forma al progetto e sostanza al team. La squadra deve essere unita per vincere. Ci si deve allenare giorno dopo giorno. Soffrire e sudare insieme. Abbiamo sudato e “Innamorati della Cultura” è finalmente online.

Di che cosa di tratta? Di un sito, a cui abbiamo fornito una piattaforma di crowdfunding (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento). In pratica, si tratta di un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone ed organizzazioni. È un processo di finanziamento dal basso che mobilita persone e risorse. Niente di nuovo sotto il sole. Quello che è nuovo è il contenuto. “Innamorati della Cultura” si  occupa di progetti culturali, quelli che il nostro Governo ha deciso che non vanno più finanziati. Il che, nel paese che ha il più vasto patrimonio culturale al mondo, suona come una straordinaria fesseria.

I nostri cugini francesi, che nel settore culturale del fundraising dimostrano un maggiore acume, hanno già sperimentato questo sistema al Louvre con la campagna Tous Mecenes (tutti mecenati). Il progetto prevedeva di raccogliere 1 milione di euro attraverso le donazioni delle web community per acquistare il capolavoro rinascimentale Le tre grazie di Cranach da un collezionista privato. Anche da noi a Torino, Palazzo Madama ha raccolto il denaro mancante all’acquisto di un servizio di piatti.

In questa fase di lancio, oltre ad essere stati incubati dal Politecnico, stiamo raccogliendo le adesioni di chi vorrà partecipare presentando un progetto. Principalmente Enti e Associazioni.

Ironicamente, per sostenere il nostro progetto stiamo cercando fondi, principalmente aziende; in cambio un forte ritorno d’immagine. Investire in cultura è certamente cool ma, soprattutto, dà lavoro alle persone. Questo è uno dei criteri base che abbiamo stabilito debba essere definito per presentare i progetti e vederli pubblicati. Quante persone lavoreranno? Che tipo di ricaduta ci sarà sul territorio? Quale indice di felicità verrà generato?

Mi sono dimenticata di dire che per far partire il progetto la squadra ha formato un’Associazione: “CulturaPiemonte”. In onore della nostra bellissima regione.

Clicca qui per guardare il video di presentazione sul sito.

Comunicazione virale: MICHELLE OBAMA lancia il Rap anti-obesità

Michelle Obama ha sostenuto la campagna del marito raccogliendo milioni di dollari. È madrina di numerose campagne sociali, prima fra tutte quella anti-obesità.

La notizia è interessante e trovo  la tecnica di comunicazione, che ha colpito il  mio interesse, intelligente e innovativa. La First Lady americana, Michelle Obama, sta preparando un album di musica rap assieme a tante stelle dell’hip hop. Il  disco, che si intitola “Songs for Healthier America”, (Canzoni per un’America più sana), punta a raccogliere fondi per la campagna anti-obesità Let’s Move.

Si tratta di una raccolta di 19 pezzi, in uscita il 10 settembre: tra i titoli, “U R What You Eat”(Sei quello che mangi) e “Veggie Luv” (Amore per le verdure), a cura di Partnership for a Healthier America, un’associazione indipendente che lavora con agli attivisti di Let’s Move.

Dall’album saranno prodotti dieci video clip che, insieme al disco, saranno distribuiti prima nelle scuole di New York e poi in quelle delle altre grandi città d’America. In queste clip compare Michelle assieme ai grandi nomi del rap, come Jordin Sparks, Ashanti, Run DMC, Doug E. Fresh e Monifah.

Negli Stati Uniti il problema dell’obesità infantile è molto sentito. Oggi, 1 bambino su 8 negli Usa è obeso, e i piccoli obesi prima dei 5 anni di età hanno probabilità 5 volte più alte della norma di diventare adulti grassi.

Questa iniziativa mirata al fundraising si basa sul principio che i buoni consigli non trovano mai ascolto. Una canzone, anzi, un tormentone, ha più possibilità di essere recepito e assorbito a livello di inconscio. Il rap e l’hip hop sono la musica che gli afroamericani e i latinoamericani ascoltano e ballano. Buoni consigli impartiti con allegria e leggerezza hanno una buona possibilità di essere accettati e poi messi in atto.

La First Lady americana si è sempre distinta per la sua grandissima capacità di impegno nel sociale legato alla raccolta di fondi. I paesi anglosassoni hanno una grande tradizione in merito, ma bisogna anche saperlo fare e poi comunicarlo.

L’idea di far cantare le stelle del rap è certamente geniale. Perché, oltre a veicolare il messaggio necessario a raggiungere gli obiettivi della campagna anti-obesità, si pone in maniera nemmeno troppo trasversale come punto a favore di un’eventuale futura campagna elettorale. Michelle per il marito ha fatto veramente tantissimo, agendo nel pieno rispetto del famoso detto per il quale “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Michelle Obama e il rap antiobesità.

Email, che noia. Ma funzionano molto meglio di quello che si crede. Una lezione dalla campagna di Obama

Le email vengono bollate dalla maggior  parte dei Responsabili Comunicazione come strumenti vecchi, noiosi e un po’ sfigati. Niente di più sbagliato. Sarà che per anni ho scritto montagne di lettere destinate al direct, sarà che mi piace proprio scriverle, ma io nelle email ci credo fortemente.

Quando Obama ha iniziato la sua campagna elettorale, mi sono iscritta al sito presidenziale e, una volta diventata supporter, con grande curiosità e pazienza ho letto e schedato le centinaia di email che ogni giorno mi venivano inviate. Tutte regolarmente orientate alla raccolta di fondi. Una vera noia, penserà il profano. Una grande lezione di comunicazione, ho pensato io.

Che cosa c’è dietro a tutto questo? Perché è stato scelto un mezzo di comunicazione così obsoleto e, soprattutto, perché con questa scarsissima creatività dei testi? Conoscendo le tecniche utilizzate per il fundraising tradizionale, immagino che dietro questa scelta siano stati effettuati dei test. Alcuni test, come quello definito A/B, prova diverse versioni dello stesso messaggio per verificare sul pubblico qual è la risposta migliore.

In rete ho trovato risposta ad alcune mie domande. A quanto pare, lo staff di comunicazione ha inviato ogni messaggio almeno diciotto volte, testandone l’efficacia. Un esempio? Il saluto “Friend” è risultato il più gradito in assoluto accoppiato alla richiesta di denaro rispetto a “Hey”:

Friend —

My favorite campaign tradition started five years ago — check out the email below.

It’s just incredible how much we’ve grown — from 100,000 individual donors at that time to more than 3 million in this campaign alone — and how much we’ve accomplished together.

Tomorrow night, we’re selecting the guests for the last dinner of my last campaign. I’m looking forward to closing out this tradition the way it started: with supporters like you.

Trovo sottile che anche lo sfondo della mail abbia avuto la sua parte. Bianco andava bene, ma lo sfondo giallo ha generato sino al 20% in più di risposte positive, cioè aperture della email.

Il colpo di genio della campagna è stata senza dubbio la ripetitività del messaggio, contrariamente a quanto viene fatto per una campagna di raccolta fondi tradizionale. I testi approvati erano all’incirca quattrocento e, visto che il test dava come positivo l’invio massiccio delle email, la campagna di Obama si è basata su una regola semplice e banale: “più mail mandiamo, più fondi raccogliamo”. E così è stato.

La cifra richiesta, 3$, è stata pensata perché copre giusto i costi della transazione con la carta di credito. Questa semplice richiesta ha permesso di costruire enormi liste di nominativi e di far crescere nei supporter un forte senso di appartenenza: “Make a donation of $3 or whatever you can, and you’ll be automatically entered.”

I dati alla fine parlano chiaro. La campagna elettorale di Obama ha raccolto 15 milioni di dollari al mese online in primavera e più di 150 milioni di dollari in autunno. Il capo della comunicazione, Jim Messina, ha detto che il grafico del fundraising online somigliava ad un bastone da hockey.*

Personalmente, ho verificato l’utilizzo di diverse frasi: “Thankful every day”, “Do this for Michelle”, “Would love to meet you” e “Some scary numbers” a cui, nella fase più dura della campagna, è stato aggiunto “I will be outspent”, frase che ha raccolto da sola 2.6 milioni di $. In Italia sarebbe impensabile.

Siamo tutti Supporter.

Le email che ho ricevuto, a mano a mano che si entrava nel vivo della campagna, avevano un tono sempre più coinvolgente ed entusiasta. Come supporter sono stata invitata e sollecitata non solo a donare, ma anche a coinvolgere il più alto numero di persone di mia conoscenza affinché donassero e partecipassero. Ad un certo punto ho persino iniziato a ricevere mail personalizzate. Questo particolare punto della campagna elettorale è stato battezzato da Messina “Airwolf”, in onore di una nota serie televisiva degli anni ’80.

In pratica, i dati forniti dai supporter sono stati elaborati e le mail inviate avevano un elevatissimo grado di personalizzazione. L’effetto “grande famiglia” è stato grandioso, permettendo così di gestire centinaia di migliaia di nominativi come se le comunicazioni fossero inviate dal vicino di casa.

Adesso toccherebbe a noi italiani. L’assenza di finanziamenti pubblici ai partiti rende questa tecnicità estremamente interessante.

*Jonathan Alter.